Natale 2008
Ancora
la Morte
si
presenta inesorabile
ed
impietosa
non
la nascita
dei
Natali d’ogni anni.
Nel
presepe della ricorrenza
il
volto di Stefano
e
quello di Peppino
e
quello di Filippo
della
Sonia dolce ed affettuosa
e
dei fidanzati Laura e Giansimone
e
quello di mamma Anna Maria coi figli Rosario ed Antonella
e
quello di Iulian il romeno
e
quello di troppi ed un solo volto:
di
Gesù Bambino
pallido
con l’orrore
negli
occhi in lacrime
con
profondi solchi
di
atroce sofferenza,
lordo
di sangue grumo.
E
Giuseppe e Maria ?
coscienti
e rassegnati
nel
presente di amaro calice
d’un
futuro di sofferenza
imposto
nella morte,
ed
indossano i volti
dei
padri e delle madri
dei
figli e delle sorelle
dei
mariti e dei nonni
e
di quanti amici.
A
Betlemme
nel
gelido inverno
di
arso deserto,
tra
le luci d’una cometa
infausta
premonitrice
e
di lanterne miti e tremule
che
accompagnano il passo
di
pastori e regnanti
miserabili
e nobili
non oro, incenso e mirra
non
pane e tiepido latte
ma
il calice grondante
di
fiele aspra e ripugnante.
Sulla
paglia dorata
è
stesa e si diffonde il dissanguo
tra
pietà inerme ed impotente.
Nella
moltitudine regna
solitudine
ed abbandono
di
destino tracciato
e
rifiutato invano
come
le risposte che attanagliano
invano
come le invocazioni che si elevano forse ancora invano.
In
questi Natali incompleti
e
sempre indefiniti da cui sorgono incubi di tenebre,
grigie
nubi grondanti di sangue
decorati
da carni squarciate
e
da fiumi di lacrime bagnate.
Inconsolabili
tra lamiere contorte
asfalto
strusciato, lenzuola imbrattate
bare
e fiori, urla e sgomento
sanguinanti
i piedi e le ginocchia,
lacerati
senza dolore tra i sassi
impietosi
del colle.
Sul
Golgota
abbracciato
alla croce
vedo
il volto di Peppino e di Filippo
di
Stefano e di Iulian, di Giansimone
della
fidanzata Laura, di Sonia,
di
Anna , di Rosario ed Antonella
e
di tutti quelli che la Morte avvinghia
solerte,
impetuosa ed impietosa
anche
dinnanzi alle madri
ed
ai padri ed i fratelli ed ai figli
che
sperano col volto nella polvere e nel sangue del Golgota
e
tutti rifiutano il calice
ed
alcuna fede è di consolazione.
Dio
Mio, Dio mio,
perchè
mi hai abbandonato?
Ormai:
Tutto è compiuto!
E
si affanna ognuno a lavare
con
acque di limpido ruscello
ad
unguire con miele ed aloe
a
spargere rossi petali di rose
e
teneri germogli di zagara
ed
avvolge i corpi martoriati
in
bianco e morbido lino
e
li posa nel sepolcro
raccattando
il ricordo
la
fugace memoria del gesto,
del
sorriso, degli odori
mentre
rotola la pietra
ed
occulta gli amati
ma
non la speranza,
non
il miracolo.
Non
riesco a vedere il sepolcro
che
si apre, che si spalanca
nè
i colori dell’azzurro
insistente
e forte e denso
il
rosso del sangue
che
gruma sul nero asfalto
e
sul bianco cuscino.
Insistente
il dolore,
pesante
e gelida rocca
che
sciaccia il cuore
e
lo fa scoppiare e lo rende
sterile
e muto, forse.
Tra
necrologi di volti sorridenti,
palloncini
bianchi che ondeggiano,
campane
sfrenate a festa,
applausi
e notturne fiaccolate,
cimeli
del ricordo esposti
alcun
convincimento
è
concesso ad alcuno.
E
del dolore che non riesco
ad
esprimere
e
scrivo di una madre
per
la morte del figlio.
E
che dirò del padre
per
la morte di due figli
e
della compagna?
Padre
mio, se non è possibile
che
si allontani questo calice
senza
che io lo beva,
sia
fatta la Tua volontà.